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28/9/2003

La fame elettrica
2003 anno dei black out, parte 1a - Gli U.S.A.

di Antonio Mansueto

Alla fine, anche l'Italia ha avuto un suo black out degno di tal nome: tutta la nazione, salvo la Sardegna, si è spenta per diverse ore, e si sono fermati, tra l'altro, i trasporti ferroviari e l'erogazione dell'acqua.

Il 2003 è sempre più l'anno dei black out in molti paesi industrializzati: cosa li accomuna e che cosa significano?

La distribuzione dell'elettricità è un elemento fondamentale per il funzionamento della civiltà moderna. Si tratta, come dire, delle fondamenta sulle quali è costruito il progresso tecnologico.

Dopo un secolo e più di conquiste, e dopo un decennio di eccezionale crescita (invero conclusosi già oltre 2 anni orsono...), non ci si aspetterebbe che il punto debole dell'industria dei paesi avanzati fosse proprio il settore dell'energia elettrica: le fondamenta dell'edificio.

Parte 1 - Gli U.S.A.

Negli Stati Uniti, la situazione appare oggi abbastanza chiara, benché di non immediata soluzione.

Negli States non manca la capacità di generazione, né le fonti di energia (800 GW al 31/12/2000, vdasi www.grtn.it) . Ciò che è stato trascurato è la rete di distribuzione.

La privatizzazione del settore elettrico ha dato la sua gestione a molte società private, forse troppe e troppo piccole. Queste società non hanno fatto i dovuti investimenti negli anni '90.

Le nuove norme del settore non sono efficienti. I regolamenti dei vari Stati e quelli federali sono spesso in disaccordo, l'Ente che regola il settore (FERC: Federal Energy Regulatory Commission) ha pochi poteri. Le società private non sono nè stimolate nè tenute ad effettuare i necessari investimenti.

Il risultato è che la rete di distribuzione in America è obsoleta. La sua architettura è monolitica, basata su grosse centrali che in sé hanno la potenza sufficiente a servire gli States, ma questa potenza viaggia su poche dorsali costituite di componenti e cavi arretrati, fondata su tecnologie degli anni '50 e '60.

Diversi addetti ai lavori si attendevano da tempo che si verificasse qualche rilevante caduta della rete.

E' stato stimato che siano oggi necessari 50 miliardi di dollari per ristrutturare la rete USA. Investimenti rilevanti, ma che daranno il loro frutto per un trentennio ad un'industria che complessivamente incassa ben 300 miliardi di dollari annui e che al momento spende soltanto lo 0,5% dei suoi ricavi in ricerca.

In Usa, negli anni 90 il numero di linee ad alto voltaggio istallate per anno è sensibilmente diminuito, mentre il picco annuo della domanda è passato da 260 a 310 gigawatts (vedasi www.epri.com ). Per confronto, il picco record italiano è stato di 53,1 GW il 17 luglio 2003.

La privatizzazione al momento ha portato la rete di distribuzione dell'elettricità in uno stato critico. C'è chi dice che si tratta della testimonianza che certi servizi debbono essere gestiti dall'apparato statale, c'è chi invece sostiene che negli USA la deregulation è stata incompleta, politicamente mal gestita e mal regolamentata.

Già, perché è proprio nella fase della liberalizzazione di un mercato prima protetto che occorre un maggior controllo affinché non si creino distorsioni quali cartelli, monopoli, e altre barriere alla concorrenza.

Quello che si è sostenuto di voler perseguire negli anni ottanta e novanta in vari settori economici e finanziari non era il libero mercato "autoregolante", ma il libero mercato regolamentato. Una sorta di compromesso tra il libero mercato e il mercato pianificato, in cui la libera competizione è ammessa, ma gli organi amministrativi fungono da organizzatori ed arbitri, per garantire il rispetto delle regole ...come nello sport.

Negli USA, per ora, nel settore dell'energia elettrica, questa missione è fallita, e va rilanciata con forza.

La prima crisi in California, ove alcune società sono oggi in amministrazione controllata, l'eccesso della Enron, non evidenziato per tempo dalla già citata FERC, e quindi il grande black out della east coast, che ha spento le luci a circa 50 milioni di abitanti, hanno portato ormai alla pubblica opinione il problema.

Tecnicamente, vi sono due tipi di interventi da fare. Il primo consiste nel sostituire i cavi delle linee esistenti con i cavi superconduttori attualmente in produzione e rinnovare la componentistica, il secondo è costruire nuove piccole centrali vicine alle regioni servite, distribuendo quindi meglio la rete e su più linee, e rendendola così più stabile.

Tali microcentrali, alimentate con fonti classiche, nuove (idrogeno, vedasi http://www.hydrogenus.org/ ) o rinnovabili, sono oggi più pulite e più efficienti anche dal punto di vista dei costi rispetto ai grandi impianti, e le tecnologie in tal senso continuano a migliorare.

Una rete di distribuzione un po' più somigliante alla rete informatica internet, insomma, che pure era nata per ragioni di sicurezza: per la necessità di impedire gravi cadute di flussi informativi tra i computer della difesa americana.

Tocca ai politici riuscire ad avviare questo processo di rinnovamento e sanare l'ennesimo squilibrio di sistema ereditato dai gloriosi anni 90.

links

http://www.hydrogenus.org/ 
http://www.epri.com
http://www.mercatoelettrico.org/webgmeinternetxml/enwebgmeinternetxml/link/procedure/link.htm
http://www.ferc.gov
http://www.solarelectricpower.org/

 

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