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LA FIDUCIA NEI MERCATI FINANZIARI.

di Antonio Mansueto, 29/8/2002

articolo pubblicato contestualmente da Amministrazione e Finanza Online - IPSOA

 

La fiducia in un dato mercato, da parte dei suoi possibili clienti, è un elemento ovviamente fondamentale perché tale mercato possa prosperare e i suoi prezzi possano quindi avere dinamiche brillanti. Ma anche la troppa fiducia nuoce ai mercati. Ne abbiamo avuto recentemente un esempio.

Dopo la troppa fiducia dell'epoca d'oro della bolla tecnologica, negli ultimi anni, la fiducia dei risparmiatori nei mercati finanziari è sensibilmente diminuita.

E’ inevitabile, dati gli eccessi del grande periodo speculativo culminato un paio d’anni fa. Le sue conseguenze, sono state per prima la sfiducia dilagante nei confronti degli analisti finanziari, poi la verifica dei concreti conflitti di interesse delle case di investimento per cui lavorano gli stessi analisti.

Quindi, è stata la volta delle stesse società quotate e delle società di revisione, queste ultime sino a quel momento istituzioni di indiscussa immagine.

Ancor più che i profit warnings, ciò che lascia lunga memoria nell’investitore sono gli scandali di bilanci "truccati" sino all’inverosimile, e che nascondono anche operazioni altamente speculative e ben poco conciliabili con una logica strettamente industriale.

Purtroppo, sotto questo profilo, dopo aver esaurito la sorpresa dei pochi contenuti di molte società di "alta tecnologia", o aziende squisitamente legate al fenomeno internet, si è abbattuta sui mercati la sorpresa di colossi come fu il caso ormai emblematico di Enron, oggi di Worldcom, ma anche di molte altre. Qualche suicidio e qualche licenziamento di managers che avevano costruito la loro fama e fortuna nel periodo di grande speculazione, qualche ammissione di colpa da parte degli accreditatissimi advisors, tuttora indenni, ma il fenomeno prosegue: non si tratta di casi isolati.

Nella migliore delle ipotesi, le aziende quotate avevano fatto troppi investimenti, spesso tramite acquisizioni a prezzi altissimi, puntando sulla crescita infinita degli utili e dei prezzi di borsa.

Come hanno potuto fare tali errori managers così accreditati i cui compensi sono arrivati anch’essi all’eccesso (stock options e/o paracaduti d’oro)? Oggi qualche economista aziendale di fama internazionale critica l’eccesso di importanza dato alla creazione del valore (nel brevissimo termine) per gli azionisti. E i clienti, i dipendenti, i fornitori? L’azienda per avere una utilità economica non deve forse creare armonicamente valore anche per questi e grazie anche a questi?

Negli ultimi anni, l'andamento delle borse è stato caratterizzato dal panico. Prima, dall’avidità. Si tratta di termini ampiamente usati dagli economisti che da sempre si sono interessati dei mercati.

E quando la speculazione parte, quando i rialzi portano altri rialzi, l’avidità coinvolge tutti (e si diviene soggetti alla psicologia delle masse) compresi personaggi ai vertici delle aziende e delle banche. Tanto da suggerire di trovare nuove giustificazioni tecniche ed economiche per assecondare il fenomeno.

Così è stato stavolta. Scarsa memoria storica degli operatori, illusione di crescita infinita, statistiche fatte solo sugli ultimi 5 o 10 anni, il classico indicatore prezzo su utile superato da un cattivo uso dell’EVA, fiducia nelle nuove tecniche di analisi e nei nuovi strumenti finanziari minati dal sottostante indebitamento, ottimistica propensione al rischio nei paesi emergenti (ad esempio Argentina). Tutto ha portato al classico capolinea: il crollo prolungato. Un classico della letteratura –quella seria- delle borse.

Quando finirà il mercato Orso? E’ la domanda che fa capolino da molti periodici finanziari. L’economia, dopo aver dato l’impressione di potersi riprendere velocemente, ha poi mostrato maggiore difficoltà. Se non c’è stata recessione, certo non si può ancora escludere un periodo di relativa stagnazione piuttosto prolungato. Senza parlare dei rischi politici del terrorismo, che potrebbero spingere verso il temuto doppio picco, con successiva nuova recessione.

Eppure l’economia potrebbe riprendersi già dal quarto trimestre 2002, per dare maggior fiato ai mercati.

Esistono però alcuni nodi importanti, che devono trovare una soluzione e un nuovo equilibrio. Limitiamoci a ricordarli:

  1. Se la crescita delle borse ha contribuito alla crescita economica di fine secolo, quanto il crollo determinerà una compressione delle potenzialità economiche oggi? Nel famoso 1929 il crollo di borsa innescò la grande depressione. Oggi abbiamo più paracadute in proposito, ma meno di pochi anni fa, quando le politiche Keynesiane erano meno invise.
  2. Se il paradosso Statunitense dato da: dollaro forte, borsa forte, debito pubblico in aumento, deficit commerciale in aumento, debiti delle famiglie e delle imprese ai massimi storici; se questo paradosso ha contribuito alla espansione della bolla speculativa, e se oggi è necessario che tali grandezze ritrovino un nuovo equilibrio, quali ricadute vi saranno ancora su borse ed economia?

Un primo riequilibrio viene dal calo del dollaro. Un calo che ha esaurito la prima fase e che potrebbe essere seguito da un ulteriore calo di contenuto maggiormente speculativo. E che porta con se il calo delle borse.

Il calo del dollaro aiuta in modo tradizionale l’economia americana facilitando le esportazioni, probabilmente danneggia poco quella europea, ancora molto autosufficiente, ma certamente chiude l’epoca in cui portare denaro negli Stati Uniti d’America aveva un valore indiscusso, e quindi l'epoca in cui le aziende americane potevano contare sul denaro facile.

Come dire, il giocattolo si è rotto. Può essere riparato? O la nuova fase economica viaggerà su nuove basi? Propenderemmo per la seconda ipotesi. Certamente, molte aziende dovranno digerire a lungo i debiti contratti. Ma esistono molte aziende sane. E l’economia europea, se non corre, può reggere, ed avere il tempo di trovare il suo nuovo modello ora che la UE ha maggiori significati economici e politici e l'euro è più credibile.

Gli USA restano l’unica possibile locomotiva del mondo. La UE può diventarne il paracadute. E il Giappone può essere una speranza; alcuni dati incoraggianti dopo una crisi lunghissima potrebbero preludere ad una inversione di tendenza. Anche grandi potenze emergenti potrebbero dare il loro contributo alla ripresa mondiale: la Cina, per esempio.

I mercati borsistici, tuttavia, secondo opinione comune, per diversi anni non potranno vivere quelle performance a due cifre a cui ci avevano abituati prima del crollo. Gli eccessi di indebitamento, anche delle famiglie americane, richiederanno anni a rientrare, ed anche perché sia riacquisita la fiducia nella trasparenza del mercato ci vorranno diversi anni.

I tassi d'interesse, d'altra parte, viaggiano ancora a livelli bassi, vista la sostanziale caratteristica deflazionistica dell'attuale situazione. Al momento non vi sono particolari stimoli ad un loro deciso movimento, salvo che il dollaro perda quota eccessivamente. Ma i loro movimenti, se al rialzo, o se poco al ribasso, non potranno dare grande spinta positiva alle borse.

L'andamento delle borse potrebbe anche essere oscillante, ma complessivamente laterale, senza crescita, per lunghi anni (è già successo dopo gli anni sessanta).

Si può restare più ottimisti, recuperando il discernimento, scegliendo bene le aziende su cui puntare, avendo ottica temporale di medio termine e mantenendo i classici criteri di prudenza. Non è necessario né decisivo oggi ritrarsi completamente dai mercati. Semmai, bisognava farlo un paio d’anni fa per poi cominciare a rientrare oggi.

Ed infine, quando i mercati toccheranno il fondo? In assenza di calamità economiche, crediamo che ci stiamo avvicinando ai minimi; può esservi ancora spazio alla discesa, ma poi vi saranno maggiori spazi per un recupero. Già da quest’anno? Può essere quest'anno o il prossimo, a condizione che non si sfascino altre importanti multinazionali e che l’economia prosegua nel suo graduale miglioramento. Diversamente, dominerà ancora la volatilità, e gli sbalzi verso l’alto dovranno essere letti come movimenti secondari del trend primario discendente in atto oggi.

 

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