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8/1/2002

I Fondi Pensione Italiani ed il passaggio al multi-comparto.

di Gennaro D'Amore - pubblicato anche da MF

 

Il passaggio al multi comparto, oltre a rappresentare la naturale evoluzione di un percorso iniziato nel 1999 dai primi fondi negoziali, contribuisce a completare l’offerta ai propri aderenti in funzione degli orizzonti temporali (vita lavorativa residua) e della propensione al rischio, soprattutto ora, alla luce della normativa in discussione (cfr legge delega 2001).

 

Nella fase iniziale di un fondo pensione negoziale, la poca massa in gestione, di fatto, obbliga il consiglio di amministrazione a privilegiare il monocomparto, sapendo ex ante che differenti situazioni tra gli aderenti, tendono a generare strategie previdenziali incoerenti o subottimali rispetto ad una parte degli aderenti al fondo stesso.

 

Ma una volta raggiunta la massa in gestione sufficiente per il passaggio dal mono al multi comparto, il primo problema è quello di individuare correttamente il numero dei comparti da istituire individuando delle coorti di riferimento basate sulla vita lavorativa residua, mentre il secondo problema, ma non per importanza è, nell’ipotesi del trasferimento del Trattamento di Fine Rapporto (silenzio assenso) del lavoratore dipendente al fondo pensione, legato al tipo di investimento che il CdA del fondo dovrà fare. Studi ragionevoli portano ad individuare, come ottimali, un numero di comparti compreso tra tre e cinque.

 

La gestione di ogni comparto di un fondo pensione è riconducibile al principio di controllare ex post lo spostamento dal benchmark dato. Nella convenzione di gestione firmata con gli investment managers del Fondo viene indicato il parametro oggettivo di riferimento e vengono stabilite le metodologie di controllo relative al risultato di gestione ottenuto rispetto all’andamento del benchmark, attraverso la cosiddetta tracking error volatilty. Una gestione così impostata fornisce garanzie di coerenza tra l’attività di gestione e le scelte strategiche definite dal consiglio di amministrazione del fondo.

 

Un elemento importante da considerare è la scelta che ogni iscritto deve effettuare relativamente al comparto di investimento. La decisione da parte dell’aderente, non può ovviamente ridursi ad una mera assegnazione del comparto in funzione della vita lavorativa residua, deve essere invece riconosciuta e tutelata, la differenza individuale di avversione al rischio, influenzate prevalentemente dal livello di reddito e dalla ricchezza individuale. Tali considerazioni non sono purtroppo dall’esperienza di paesi più evoluti. Relativamente al Regno Unito, il Myners Report indica infatti come oltre i tre quarti degli iscritti ad un fondo pensione aderiscano al comparto suggerito dal fondo stesso. Relativamente al nostro paese, alcune prime indicazioni portano invece alla conclusione che le scelte sono troppo influenzate da considerazioni di breve periodo (esempio andamento dei mercati) piuttosto che dall’orizzonte temporale degli iscritti.

 

Elemento aggiuntivo da considerare nella definizione dei comparti, e quindi nell’individuazione dei mercati di riferimento degli stessi, riguarda quello che in Italia definiremmo il benchmark implicito dei fondi pensione ovvero la rivalutazione del TFR. Si tratta di un punto importante poiché proprio sulla contribuzione del TFR ai fondi pensione si gioca la crescita della previdenza complementare in Italia. Il TFR in azienda offre una garanzia di rendimento reale (dato che il tasso legale che matura sulle somme accantonate prevede l’indicizzazione al 75 per cento del tasso di variazione dei prezzi, in aggiunta al rendimento dell’uno e mezzo) in un orizzonte temporale di breve periodo. L’investimento nei fondi pensione non offre le stesse garanzie. Dai dati Covip si evince che nel corso del 2001 i mandati bilanciati gestiti per conto di fondi pensione negoziali hanno generato un rendimento lordo negativo (-6.2%), inferiore a quello del benchmark (-5.3%), mentre la rivalutazione del TFR è stata pari a al 3,2%. Le cose non cambiano nel corso del 2002. In realtà tutti sappiamo (eccetto forse l’aderente al fondo), che se la performance di un portafoglio diversificato ha meno probabilità, in un orizzonte di medio lungo periodo, di essere inferiore al tasso di rivalutazione del TFR, nel breve periodo i rendimenti presentano una maggiore volatilità, con conseguente maggiore probabilità di non eguagliare neppure la performance del TFR lasciato presso l’impresa.

 

La conseguenza ovvia è che il portafoglio ottimale avente come benchmark il tasso d’inflazione, risulterà essere composto quasi esclusivamente da strumenti di mercato monetario a rischio basso o nullo, di fatto offrendo esclusivamente la garanzia implicita di una politica di investimento conservativa. Un approccio di questo tipo è sicuramente riduttivo, anche perché in realtà mantenere lo stesso tenore di vita significa far crescere quanto risparmiato previdenzialmente sì al tasso d’inflazione ma almeno maggiorato del livello di crescita reale dell’economia. Tuttavia, in un mercato come quello Italiano in cui le scelte di aderire o meno in un fondo pensione sono anche legate a considerazioni legate all’andamento dei mercati, l’assenza di comparti di investimento che utilizzino il tasso di rivalutazione del TFR come benchmark limita l’appetibilità dei fondi pensione da parte degli iscritti.

 

Dall’impostazione descritta derivano alcune importanti implicazioni. In primo luogo, la responsabilità della definizione di una corretta asset allocation delle linee di investimento ricade esclusivamente sul consiglio di amministrazione che è tenuto a valutare attivamente la compagine degli iscritti e a mettere loro a disposizione una gamma di portafogli coerente. In secondo luogo, l’opportunità di costituire (in questa fase di crescita dei fondi pensione) comparti il cui benchmark di riferimento sia parametrato al tasso di rivalutazione del TFR. Terzo, acquista fondamentale importanza il timing in cui avviene il trasferimento da un comparto ad un altro (switch). L’uscita da una linea ad elevato contenuto azionario deve poter avvenire solo dopo un adeguato arco temporale, coerente con l’orizzonte di investimento tipico dei mercati azionari. Va inoltre ricordato che , un piano previdenziale a contribuzione definita com’è attualmente la previdenza complementare è esattamente simile ad un piano ad accumulo, con la conseguenza che il tasso interno di rendimento dei flussi di cassa investiti è fortemente legato all’andamento degli investimenti nel tempo, ovvero sul montante accumulato dell’iscritto. Pertanto, un crollo dei mercati negli ultimi anni di contribuzione può negativamente influenzare il risultato finale su quanto accumulato durante tutto il periodo. Viene naturale chiedersi se oltre a fornire agli iscritti un adeguato servizio di consulenza, il Fondo Pensione non dovrebbe prevedere come opzione da offrire all’iscritto, la possibilità di aderire ad un programma life style che implichi la riduzione del rischio proporzionalmente alla riduzione della vita lavorativa residua.

 

Alcune di queste considerazioni, potrebbero comportare una modifica dell’attuale quadro legislativo. L’introduzione di un comparto dedicato alla contribuzione del TFR implicherebbe la possibilità per un aderente a sottoscrivere più di un comparto. Stante la normativa attuale, l’iscritto non può versare i suoi contributi a diversi comparti, costruendosi in tal modo artigianalmente la sua asset allocation.


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