L’economia francese.

di Albertomauro Sarno

Secondo le stime dell’Insee, l’Istituto di statistica francese, nel 2000 l’economia nazionale ha prodotto 580.000 nuovi posti di lavoro. Per il primo semestre di quest’anno, ne vengono previsti ulteriori 250.000, malgrado alcuni casi, eclatanti ma isolati, di aziende che hanno annunciato sostanziosi licenziamenti. Nonostante i timori di rallentamento dell’economia internazionale i piani di assunzioni previsti dai maggiori gruppi francesi sembrano confermare questa visione ottimistica, in particolare nel terziario. Grande distribuzione, banche, informatica e tempo libero sono i settori più coinvolti.

In effetti l’esperienza dell’economia francese nell’ultimo decennio suscita stupore. Per buona parte degli anni novanta il sistema ha arrancato, con una crescita modesta, attestatasi tra il ‘90 ed il ‘97 su una media dell’1,3 per cento annuo, livello tra i più bassi d’Europa. La disoccupazione cresceva, fino a raggiungere nel ‘97 il 12,5 per cento della forza lavoro, un esercito di oltre 3 milioni di disoccupati. In quegli anni la crescita era stata sacrificata in funzione della costruzione della moneta unica europea. L’asse franco-tedesco, fulcro anche ideologico della futura unione monetaria, imponeva, con la ricerca della credibilità, cambio stabile e tassi di interesse elevati, una politica che frenava lo sviluppo. Il sistema economico francese pagava la scelta dell’ancoraggio del franco al marco tedesco.

Nello stesso periodo la Germania cresceva più del doppio, in media del 3,1 per cento l’anno. Dopo la riunificazione l’incremento della domanda interna, legato all’incorporazione dell’economia della Germania Orientale, e l’esigenza di attrarre capitali, realizzata attraverso la riduzione del surplus commerciale, avevano determinato in Germania un forte incremento dei tassi di interesse, coerente con la situazione tedesca ma troppo restrittivo per la Francia.

Oggi la situazione appare invertita. Mentre l’economia tedesca è in difficoltà la situazione francese continua a prosperare, con la disoccupazione in discesa all’8,3% (Marzo) e l’ultima variazione trimestrale disponibile del Pil è del +3,9% annuo.

Il tutto tenendo sotto controllo l’inflazione, attestatasi in Aprile all’1,8% annuo nonostante il forte balzo che ha investito l’intera Europa. L’incremento rispetto al +1,3% registrato a Marzo è consistente, ma la situazione è comunque sotto controllo, contro un dato attestatosi per Eurolandia al 2,9 per cento. I tassi di crescita e, forse, la capacità di creare posti di lavoro, hanno superato, negli ultimi mesi, persino l’economia americana, stante il rallentamento degli ultimi mesi. Nel contempo la Germania sta crescendo di appena lo 0,8%.

Quel che più conta, contrariamente ad altri Paesi europei la cui crescita è fortemente legata alle esportazioni ed alla congiuntura internazionale, la Francia sembra avere maturato una capacità autonoma di sviluppo e di crescita, con una spinta interna che fino ad ora è apparsa piuttosto resistente al rallentamento dell’economia mondiale.

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La Francia rappresenta nel panorama delle economie mondiali un caso originale. Il governo di sinistra ha privatizzato quanto nessun governo di destra aveva fatto precedentemente, potenziando in questo modo l’economia di mercato. Tuttavia, contrariamente all’impostazione americana, è stata preservata in Francia una forte –ed efficiente- macchina statale, in grado di indirizzare l’economia e difendere gli interessi del Paese. Lo statalismo francese non è certo una prerogativa dei tempi recenti, al contrario costituisce una componente storica di quella democrazia. Poiché lo Stato è efficiente, è stato in grado di generare nel tempo un forte processo di identificazione dei cittadini, che ne sono orgogliosi e ne agevolano il funzionamento. La pressione fiscale è superiore al 45% ed il deficit pubblico è pari all’1,4 % del pil, elevato in base agli standard europei, ma l’economia è forte ed i servizi sono efficienti, le infrastrutture di cui è dotato il Paese sono adeguate e moderne. In questo quadro la Francia ha potuto difendere l’ascesa ed il consolidamento sulla scena mondiale di numerosi gruppi nazionali in grado, per dimensioni ed efficienza, di competere con le maggiori corporation internazionali. D’altra parte la politica delle 35 ore e, soprattutto, di rassicurazione dei ceti medi e delle famiglie, ha contribuito a diffondere un clima di ottimismo e di fiducia in grado ridare fiato alla domanda interna.

Alla disciplina monetaria, peraltro oggi nei fatti imposta dalla BCE, si accompagnano quindi politiche attive da parte dello Stato, di razionalizzazione e difesa del sistema industriale nazionale sul lato dell’offerta; di sostegno di consumi ed investimenti, anche attraverso il deficit di bilancio, sul fronte della domanda

Privatizzazioni e sviluppo delle imprese, quindi, ma senza rinunciare alla difesa del lavoro. Liberalizzazione ed apertura dei mercati, ma anche difesa degli interessi della Francia. La ricetta, improntata ad un sano pragmatismo, funziona.