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La congiuntura in Germania.

 

Albertomauro Sarno.
20 Luglio, 2001 

Negli ultimi mesi si è determinato un progressivo peggioramento delle prospettive dell’economia tedesca. Il 2001 si era aperto con previsioni di crescita poco inferiori al 3%, e ancora all’inizio del secondo trimestre il governo prevedeva una crescita del 2,7%. Come tutta l’area europea, la Germania si riteneva poco esposta ai rischi di una trasmissione del rallentamento statunitense, se non in misura marginale.

L’Unione Europea nel suo complesso ha superato negli ultimi tempi la crescita degli Stati Uniti, ma, sebbene non vi siano al momento rischi di recessione, il futuro della Germania appare più incerto, e la crescita più debole del previsto, con le previsioni governative riviste al ribasso al 2%, mentre l’Ifo, istituto di statistica, prevede una crescita non superiore ad un modesto 1,2%. Ancora una volta vengono quindi frustrate le speranze di vedere nella Germania la locomotiva dell’economia europea.

Per il suo inserimento nel circuito economico internazionale, la Germania è destinata a risentire maggiormente della ciclicità dell’economia mondiale. Le esportazioni tedesche ammontano infatti a circa il 20% del prodotto interno lordo; quelle dirette verso gli Stati Uniti sono oltre il 10% del totale, contro una media dell’8% dell’area dell’euro. Nel complesso le esportazioni agli Stati Uniti rappresentano quindi il 3% circa del pil, una quota non molto rilevante di per sé. Una quota rilevante delle esportazioni è costituita da beni intermedi diretti verso Paesi che, a loro volta, esportano negli Stati Uniti e che stanno risentendo della frenata dell’economia nordamericana. L’economia tedesca è quindi più esposta al rallentamento americano di quanto possa apparire a prima vista, probabilmente è l’economia più esposta tra quelle europee. La domanda estera di beni intermedi si è ridotta del 14% dall’inizio dell’anno. Per il mese di Maggio si è registrato un incremento del dato mensile degli ordini all’industria manifatturiera, ma il dato trimestrale e quello annuale sono in calo. Il tasso di disoccupazione destagionalizzato calcolato dalla Bundesbank è stabile al 9,3%, ma il numero dei disoccupati è in crescita da sei mesi, e si attesta a 3.694.000 unità.

Oltre che attraverso la bilancia commerciale, la Germania è esposta al rallentamento statunitense anche a causa degli investimenti diretti effettuati dalle aziende tedesche negli StatiUniti. Ne sono un esempio i problemi di Daimler-Chrysler, tra i maggiori produttori mondiali di automobili, in difficoltà a causa della caduta della domanda di auto negli Stati Uniti.

La debolezza tedesca avrà un impatto più incisivo su quei Paesi dell’Europa centrale le cui speranze di colmare rapidamente il gap con il resto dell’Europa sono strettamente legate al traino della Germania. Polonia e Repubblica Ceca, ad esempio, effettuano verso la Germania quasi il 40% delle proprie esportazioni, e difficilmente saranno immuni dalle conseguenze di un rallentamento tedesco.

Il ruolo economico della Germania è però cruciale per l’intera Europa. L’Austria, per esempio, esporta in Germania oltre un terzo del totale delle proprie esportazioni; l’Olanda quasi il 30%, Svizzera, Danimarca Francia e Italia, percentuali comprese tra il 15% ed il 20%.

Un pronto recupero di smalto della congiuntura tedesca appare quindi essenziale per l’intera Europa. I vincoli europei non sembrano però d’aiuto, in questa fase; al contrario sembrano costituire una camicia di forza per l’economia tedesca. Per le esportazioni è positiva la debolezza dell’Euro, ma la posizione di indifferenza espressa della Germania nei confronti dell’indebolimento della valuta ha costituito uno dei motivi di contrasto con la Francia che, al contrario, è preoccupata dell’eccessivo costo delle importazioni, e preferirebbe un rafforzamento.

Il rigore monetario della Bce, indotto anche da tensioni inflazionistiche presenti in diversi Paesi europei, frena la domanda interna, in contrasto con le esigenze dell’economia tedesca di uno stimolo aggiuntivo. Soprattutto, il rallentamento economico implica una tendenza allo sforamento dei conti pubblici per la minore dinamica del gettito fiscale, con l’esigenza, per il rispetto dei parametri europei, di politiche di bilancio restrittive proprio quando occorrerebbe stimolare l’economia. Questa contraddizione rappresenta uno dei rischi dell’impostazione della politica economica europea. Nelle fasi di rallentamento, infatti, il bilancio pubblico tende sistematicamente a peggiorare. La presenza di limiti molto stretti al deficit, imposti a priori, induce politiche restrittive volte al rispetto dei parametri, che rischiano di aggravare, anziché alleviare la situazione. Dopo gli enormi costi della riunificazione, che hanno forse sottratto risorse all’ammodernamento tecnologico, la Germania ha oggi bisogno di uno stimolo che, nell’attuale contesto, pare di difficile realizzazione.

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