Giappone, gigante malato.

di Albertomauro Sarno - aprile 2001

"Per i giapponesi gli affari sono come la guerra". L’affermazione è di un personaggio di ‘Sol Levante’ , thriller fanta-politico di Michael Crichton uscito nei primissimi anni ’90, basato sul timore di un’invasione economica giapponese. All’epoca fu un best-seller: coglieva i timori della società americana, che sentiva la propria leadership mondiale realmente minacciata dall’avanzata degli occhi a mandorla. Automobili, elettronica, cartoni animati: i prodotti nipponici parevano capaci di invadere il mondo soppiantando qualsiasi concorrente, preceduti dalla fama di un efficientismo maniacale. Erano i tempi in cui le conglomerate giapponesi, grazie allo strapotere dello yen, e ad un surplus massiccio della bilancia commerciale, erano in grado di fare shopping di aziende in giro per il mondo, fino ad acquisire vere e proprie bandiere dell’economia americana, come la Columbia Pictures o il Centro Rockfeller. Una copertina di Newsweek arrivò ad affermare che il Giappone stava ’comprando l’anima dell’America’.

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Sono trascorsi dieci anni o giù di lì, e il Giappone di oggi si dibatte in una crisi con pochi precedenti nei Paesi avanzati. Il recente rapporto Tankan, pubblicazione trimestrale della Banca del Giappone sullo stato dell’economia, ha riacceso le preoccupazioni, deludendo le speranze in una ripresa. L’indice, calcolato come differenza tra la percentuale di aziende intervistate con previsioni favorevoli e quelle con previsioni negative, è in calo per le grandi industrie manifatturiere da +10 a –5; da –10 a –13 per le non manifatturiere. Molteplici le cause immediate: al calo della borsa, pericoloso per la salute delle banche, nelle pieghe dei cui bilanci si nascondono crediti inesigibili di entità non precisata si aggiunge il calo delle esportazioni, legato alla debole congiuntura internazionale,. Strutturalmente una domanda interna fiacca, la disoccupazione al 4,9%, livello storicamente alto per la società giapponese, in un quadro di inflazione prossima allo zero negli ultimi tre anni con il pericolo di un’incipiente deflazione (-0,1% l’indice dei prezzi al consumo a 3 mesi rilevato a Gennaio) compongono il puzzle di un’economia stagnante che, con l’immenso potenziale disponibile, più che in crisi appare impaurita ed abulica.

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I segnali di ripresa registrati fino alla fine dello scorso anno potrebbero quindi risultare l’ennesima falsa partenza. Il pil, dopo una crescita del 2,8% nel quarto trimestre 2000, che lasciava ben sperare, è infatti previsto in aumento ad un tasso prossimo allo zero per il primo trimestre del 2001; c’è la possibilità di un calo nel secondo trimestre. La fiducia di famiglie ed imprese, dopo un decennio di stagnazione, è un fattore cruciale, decisivo nel determinare le sorti dell’economia. Il Paese infatti, dopo la violenta crisi dei primi anni ’90 e un decennio di tentativi di rilancio frustrati, sembra ormai del tutto insensibile agli stimoli della politica economica. I tentativi fatti per rilanciare l’economia attraverso la spesa pubblica non hanno avuto altro effetto che gonfiare il deficit annuo di bilancio (6% del Pil nel 2000) e portare l’indebitamento statale (120% del Pil) a livelli difficilmente incrementabili. D’altra parte la politica dei bassi tassi di interesse risulta oggi inefficace. La politica monetaria, asimmetrica per definizione, è capace di risultati certi solo in senso restrittivo. Se le previsioni degli imprenditori sono negative, se le famiglie sono pessimiste, se non c’e fiducia nel futuro, i consumi interni continuano ad essere deboli, gli investimenti non partono, anche con il denaro a costo zero.

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Ma c’è di più: le politiche espansive trovano una potenziale limitazione nel grado di apertura internazionale dell’economia. Come in un sistema di vasi comunicanti, la liquidità immessa nel sistema da una banca centrale, se non crescono all’interno le decisioni di spesa, viene drenata dall’estero, tendendo in tal modo a disperdersi. Così, anche durante la stagnazione degli anni ’90, i risparmi giapponesi hanno varcato le frontiere nazionali per alimentare i mercati finanziari esteri, principalmente gli Usa, sottraendo carburante alla domanda interna.

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Con le armi della spesa pubblica e dei tassi ormai spuntate, e nell’attesa di una radicale ristrutturazione dell’economia, i cui tempi saranno lunghi e i risultati incerti, non resta, nell’immediato, che l’indebolimento dello yen per ridare smalto all’economia attraverso la ripresa delle esportazioni. La politica del cambio debole potrebbe però scontrarsi con gli interessi degli Stati Uniti, afflitti da tempo da un disavanzo commerciale crescente, almeno finchè gli USA non riusciranno ad allontanare il timore di una recessione.

Diversi economisti (ad esempio Paul Krugman) auspicano da tempo che la Banca del Giappone abbandoni l’ortodossia dell’ossessivo contenimento dei prezzi, per stabilire un formale obiettivo di inflazione. Secondo questa visione solo un moderato tasso di inflazione sarebbe in grado di dare la scossa alla stagnante domanda interna, evitando il rischio di una spirale deflazionistica.