Peculiarità italiana
Probabilmente più che in ogni altro paese sviluppato, in Italia limpresa coincide con un nucleo familiare che lo gestisce ed è proprietario della totalità o almeno della maggioranza nel capitale azionario. Ciò innanzitutto perché in Italia le piccole e medie imprese sono molto più numerose che altrove (in rapporto alle grandi imprese); e nella piccola e media impresa la scala degli investimenti e delle capacità manageriali sono ancora tipicamente alla portata di un nucleo familiare. Tuttavia in Italia, perfino le poche grandi imprese esistenti sono state controllate saldamente da una famiglia, almeno a partire dagli anni trenta e fino a pochi anni fa. Questa peculiarità italiana viene di volta in volta riproposta dai media come il punto di forza o il tallone di Achille della nostra economia, a seconda delle condizioni congiunturali in cui ci si trova. Qual è la verità?
Il capitalismo familiare ha un essenziale punto di forza: la coincidenza tra il proprietario e il manager. Per definizione, non cè conflitto di interessi e quindi non esiste il pericolo che le decisioni gestionali possano essere in contrasto con il profitto dellimpresa, a meno che il proprietario-gestore non commetta un errore. Invece, le decisioni di un manager stipendiato possono discostarsi dalla massimizzazione del profitto, per il semplice fatto che il manager amministra soldi che non sono suoi. Ci sono molti modi in cui la condotta di un manager stipendiato può discostarsi da quella che il suo datore di lavoro desidererebbe: dallutilizzo dei beni aziendali per scopi privati allo scarso impegno nella gestione aziendale, dallassunzione di un familiare incompetente alla vera e propria distrazione di fondi dalle casse aziendali. Naturalmente comportamenti come questi hanno costi elevati per unimpresa, e la forza della maggior parte delle imprese italiane è appunto nella capacità di evitarli.
Capacità gestionali e risorse finanziarie
Il problema è che, crescendo, limpresa raggiunge prima o poi una grandezza tale che le forze di una famiglia non bastano più a fornire due fattori di produzione cruciali per la sua ulteriore espansione: le capacità gestionali e le risorse finanziarie. A quel punto, la natura familiare dellimpresa si trasforma da punto di forza in "tallone dAchille". A seconda della situazione, la crisi può verificarsi prima per luno o per laltro dei due fattori (1).
La penuria di capacità gestionali tende a verificarsi in coincidenza con la successione nella conduzione aziendale, che infatti è un momento critico nella vita di unazienda familiare, allo stesso modo in cui lo era nella vita di una dinastia regale o feudale. Bastano dei figli incapaci o litigiosi, e il lavoro di una vita dei loro genitori può scomparire rapidamente, coinvolgendo tutti coloro il cui destino è legato alla sopravvivenza dellimpresa. Se si considera che labilità gestionale e il quoziente intellettivo sono distribuiti in modo casuale tra la popolazione, esiste unalta probabilità che un figlio o un nipote incapace porti alla rovina unimpresa familiare. A volte, se non è la stupidità degli eredi, è la loro litigiosità a rovinare limpresa: perché il controllo sullimpresa è uno e indivisibile, mentre coloro che desiderano comandare sono più duno.
Ma anche quando la famiglia dei proprietari continua ad esprimere i talenti gestionali necessari, il patrimonio familiare può non essere più sufficiente a finanziare la crescita dellimpresa. A quel punto, limpresa può indebitarsi oppure cercare di attrarre capitale azionario esterno, ma entrambe queste soluzioni reintroducono, in una forma o nellaltra, il conflitto di interesse tra finanziatore e finanziato, e quindi quei costi la cui assenza è la forza intrinseca dellimpresa familiare. Lindebitamento, specie se eccessivo, spinge limprenditore ad assumere rischi eccessivi, proprio perché sa di star giocando in buona misura con soldi presi a prestito invece che con soldi propri. Le partecipazioni azionarie esterne pongono il proprietario, in una certa misura, nella stessa posizione di conflitto di interessi di un manager, e quindi lo spingono a quei comportamenti inefficienti che la vera impresa familiare riesce ad evitare.
Un fattore di freno per lintera economia
A questo punto, lalternativa della famiglia è rinunciare alla crescita oppure vendere limpresa a chi è in grado di trasformarla in senso manageriale e di ricapitalizzarla, magari inglobandola in unimpresa più vasta. Il problema è che in un paese come lItalia le imprese capaci di acquistare e inglobare unimpresa più piccola scarseggiano, perché il problema si ripropone simmetricamente anche per le altre imprese. Neanche le altre imprese hanno il capitale finanziario necessario oppure la capacità di risolvere i conflitti di interesse di una gestione manageriale, e quindi neanche esse hanno la capacità di "digerire" lacquisizione di unaltra impresa, specie se matura.
Quindi, in mancanza di un acquirente estero, molto spesso la soluzione è arrestare o rallentare la crescita dellimpresa per renderla compatibile con la crescita delle capacità gestionali e di finanziamento della famiglia. Quando il problema si propone per unintera economia, invece che a livello della singola impresa, esso finisce per diventare un fattore di freno per la crescita dellintera economia (2). Probabilmente lItalia si trova esattamente a questo stadio della sua storia. Dopo aver sfruttato il punto di forza dellimpresa familiare, nella fase di crescita postbellica, in cui la maggior parte di queste imprese si trovava allo stadio nascente, ora si trova ad affrontarne in pieno il "tallone di Achille", cioè lincapacità di superare una soglia dimensionale critica, che è quella finanziabile e gestibile da una famiglia. Questa è probabilmente una causa non secondaria del rallentamento della crescita economica in Italia negli ultimi due decenni.
Gli esempi italiani
Restano fuori da questo quadro le poche grandi imprese che hanno sfidato questa "legge di gravità" dimensionale, come la Fiat, la Pirelli o la Fininvest, in parte grazie alleccezionale capacità degli imprenditori che le hanno talvolta guidate e in parte grazie allappoggio del potere politico che essi si sono riusciti ad assicurare. Tuttavia, anche queste imprese sono strette nella stessa morsa delle loro sorelle più piccole: il desiderio della famiglia di mantenere il controllo cozza con i limiti che essa ha nellassicurare i mezzi finanziari e i talenti per la sua crescita. La crisi della Fiat è in parte un sintomo di questo conflitto immanente.
Tuttavia, almeno per quanto riguarda le sue imprese maggiori, lItalia sta cominciando lentamente ad affrancarsi da questo modello inadeguato, in parte grazie allo sviluppo del mercato dei capitali e della maggior protezione degli azionisti di minoranza, e in parte in seguito alle privatizzazioni. Oggi, tra i dieci gruppi quotati a maggior capitalizzazione azionaria, la maggioranza è formata da conglomerati con azionariato diffuso, controllati da manager con piccole quote azionarie. È intressante notare che, in questa sua evoluzione, il nostro Paese sta semplicemente tornando al suo lontano passato. Prima della grande crisi del 1930, tra le dieci maggiori società del listino di Milano, una sola era a controllo familiare: la Fiat (3).
(1) Si veda "Family Firms" di Mike Burkart, Fausto Panunzi e Andrei Shleifer, 2002, CEPR Discussion Paper N. 3234.
(2) Si veda "Dynastic Management", di Francesco Caselli e Nicola Gennaioli, 2003, NBER Working Paper N. 9442.
(3) Si veda Alexander Aganin e Paolo Volpin, "History of Corporate Ownership in Italy", 2003, London Business School.

