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Economia aziendale: l'epoca della dittatura dell'azionista.

di Antonio Mansueto, 9/9/2002

 

Un punto di vista che condividiamo e che ci pare interessante discutere nell'ambito delle attuali tendenze dell'economia aziendale, è quello di Henry Mintzberg (vedasi il sito ufficiale www.henrymintzberg.com).

Mintzberg insegna Management Studies all’Università MC Gill di Montreal (Canada). Ha pubblicato diversi libri in tema, già distinguendosi in passato per una particolare vena critica verso gli eccessi delle tendenze di moda.

Ha lavorato per parecchi anni con colleghi canadesi, inglesi, francesi, indiani, giapponesi, per sviluppare nuovi approcci all’educazione del management.

Oggi punta l’indice contro la tendenza di considerare la creazione del valore per l’azionista come una priorità assoluta, a danno di altri principi che dovrebbero sempre restare validi per mantenere equilibrate le organizzazioni aziendali. Quali altri principi? Ad esempio la creazione di valore per i clienti-consumatori, per i dipendenti, e aggiungiamo anche per il circuito dei fornitori e, quindi, per l'intera comunità di appartenenza.

Mintzberg, inoltre, ritiene che in tale dispotismo dell’azionista oggi in voga si trovi la causa delle numerose bancarotte del tipo Enron, che definisce "sindrome da shareholder value".

Dopotutto, l'azionista tipo è spesso un soggetto per lo più attratto da facili guadagni speculativi: compra e poi rivende i titoli dell'azienda in pochi minuti: è costei un saldo riferimento per la sopravvivenza futura dell'azienda?

Ci stuzzica quindi definire l'esistenza oggi di una dittatura dell'azionista.

L'economista sostiene poi che, in quanto paladini (o servi) dell'azionista, i management sono stati elevati al rango di eroi onnipotenti, ritenuti interamente responsabili dei risultati aziendali. Un punto di vista paradossale che ha procurato stress ai managers equilibrati, magari spingendoli verso stratagemmi contabili, e grandi opportunità ai managers truffaldini.

Si segnalano continuamente casi di managers "licenziati" con i cosiddetti "Paracadute d’oro" oltre che già fortunati beneficiari delle stock options. Altri argomenti di pubblica discussione, questi.

Tali tesi ci sembrano abbastanza fondate. Si fa strada quindi l'idea che questo tipo di tendenza ha causato la pressione spesso indiscriminata non solo verso i dipendenti delle aziende quotate, ma anche verso i consumatori.

Tutto viene giustificato chiamando in causa i numeri da fornire al mercato. Quello che conta sono i numeri, si dice, i risultati: ma forse, si tratta di numeri poco densi di significato industriale, di risultati veramente parziali e legati al breve -o brevissimo- orizzonte temporale. Come dire, che il mercato chiede a tutti i costi una gallina al giorno senza pensare al domani, quando il pollaio sarà vuoto -o magari lo è già- (l'immagine è forse pittoresca ma chiara). Mentre l'azienda ci dovrebbe pensare.

Mintzberg è critico anche con l’effettiva efficacia degli aumenti di capitale e con le operazioni di mergers & acquisitions, che ex post ritiene essere state nella maggior parte dei casi negative anche ai fini della creazione del valore. E, per finire, punta l'indice verso la commistione di interessi tra i managers e le società di audit, che, a suo avviso, non poteva non ingenerare certe gravi distorsioni.

Tornando all'organizzazione aziendale, il suo punto di vista è che la vera leadership consiste nel condividere piani e obiettivi a lungo termine con tutta la struttura aziendale.

Già lo scorso anno ci era capitato di citare -non senza una certa ammirazione- il caso a nostro avviso illuminante dell'amministratore  della Porsche, che aveva energicamente (e impopolarmente) protestato contro la urgenza dei dati trimestrali, rifiutandosi di fornirli al mercato, sopportandone poi le conseguenze.

Tornando ai pareri di Mintzberg, la necessità di presentare risultati di breve termine (trimestrali, ad esempio) costantemente crescenti ha indotto distorte politiche di taglio dei costi, compresi quelli degli investimenti, laddove negli anni d’oro molte società avevano sperperato il loro denaro in acquisizioni a prezzi esagerati o, come oggi viene spesso e tardivamente rilevato, in investimenti finanziari che poco avevano a che fare con la mission aziendale.

Una nota molto preoccupata viene espressa anche nei confronti dell’uso strumentale che è stato fatto dei fondi pensione -fondamentali strutture sociali e di sostegno ai mercati- da aziende assetate di collocare i propri titoli per sostenerne le quotazioni nel breve termine.

L’ultimo libro dell'economista canadese (Why I Hate Flying) parla, curiosamente, delle fobie di volare in aereoplano, associandole alle varie fobie dei managers. Si tratta di un libro che mette in relazione la tendenza dei mercati al nostro stile di vita, e che porta alle estreme conseguenze gli errori dello stile di gestione d'impresa dominante oggi. E che parla delle influenze negative nella vita di tutti noi, e del sistema consumistico attuale, cui tutti partecipiamo spasmodicamente, ed il cui motto sarebbe all’incirca consumare sino a consumarsi.

Dal suo sito annuncia un prossimo libro –tra diversi in preparazione- il cui titolo sarà Managing Quietly. Un titolo che è tutto dire e che ci suscita sentimenti di grande approvazione.

A nostro personale avviso, una visione più equilibrata e distesa dell’economia, della finanza, e quindi della gestione aziendale, sarebbe oggi auspicabile perché la vita degli stessi abitanti dei paesi ricchi divenga più vivibile.

Recentemente un giornalista ha definito quella attuale –nel titolo di un libro- come la stress economy.

Purtroppo, l’indigestione di investimenti finanziari e non, causati dall’enorme seduzione delle grandi bolle speculative di fine del secondo millennio, non ha ancora terminato di generare le sue sintomatologie. Ed è difficile oggi allentare la presa del risultato a breve quando le reazioni dei mercati sono tanto violente e negative.

Ce ne rendiamo conto.

E’ però, a nostro avviso, altrettanto importante che la finanza si riaffermi come supporto essenziale all’economia reale e non come suo motore assoluto ed astratto.

Ed è altrettanto importante che il consumatore non venga più visto come una vacca da mungere, come un nemico da battere, come una preda da catturare o, peggio, come un gregge da penetrare sino all'intimo dell'animo per convertirlo all'acquisto di un tale o talaltro prodotto. Il consumatore deve essere rispettato, anche perché il consumatore al quale vogliamo vendere, infine, siamo noi stessi.

Bisogna trovare un limite: oltre il prodotto, esiste il non prodotto (se preferite, con termini più alla moda, potrebbesi parlare di prodotto intangibile), che è talvolta l'unico aspetto avente la capacità di rasserenare i nostri spiriti. La serenità, talvolta, non può essere proprio comprata pagandola con denaro. Una economia realmente a misura dei suoi scopi dovrebbe metterci in condizione di poter raggiungere la serenità, e non ostacolarci in tal senso. Il consumismo, come dire, dovrebbe essere consumato più serenamente. Ed il bisogno di sicurezza cosi' diffuso non dovrebbe essere cinicamente colto come soltanto un'altra opportunita' di facile vendita.

Con ciò non intendiamo dire che il capitalismo sia finito, non siamo certo in grado di fare una tale affermazione, né siamo intenzionati a tacciarlo di disprezzabilità, ma vogliamo affermare, come tanti più autorevoli di noi, che forse siamo arrivati all’estremo di una tendenza, ad un punto nel quale c’è da fare qualche decisa correzione di rotta per recuperare i valori per una cultura economica verace e più equilibrata.

Anche nei numeri economici, come nei prodotti, nei processi decisionali, nei progetti industriali che si susseguono, va ricercata oggi forse maggiore qualità e minore quantità.

E ci richiamiamo infine ancora a Mintzberg quando dice nella presentazione del suo libro presente nel sito ufficiale, che ciò di cui si parla non è qualcosa che altri stanno facendo a noi (consumatori): ma ciò che stiamo facendoci l’un l’altro.

Egli scrive pressappoco: "quando siete seduti in aereo, sappiate che l’uomo al vostro fianco sta probabilmente preparando una vendita indirizzata a voi; e d’altra parte anche voi, forse, state preparando una vendita indirizzata a tutti noi. Dopotutto anche io –Mintzberg- ho appena preparato una vendita indirizzata a voi" (il libro).

Ci permettiamo di essere ottimisti: constatare lo stato dei fatti e il primo passo verso una sua risoluzione.

Il secondo passo sarebbe convincerci tutti (managers, consumatori, investitori...) che viviamo in paesi ricchi, e che se lavoriamo bene resteremo ricchi, che una recessione può essere con i dovuti sforzi addolcita e che, anche senza immensi aumenti dei guadagni, magari anche con qualche battuta d’arresto, le aziende sane continueranno a produrre reddito per la nostra tranquillità economica.

Il terzo passo, a nostro avviso, è abbandonare l’insana idea del guadagno facile propria del boom speculativo. Rientrare in una idea più equilibrata dei rischi delle aziende economiche e della finanza. Allo stesso tempo spendere ("consumare") senza paura ma senza strafare. E così ricominciare a vivere con qualche sano dubbio in più e diverse angoscie in meno.

Dopotutto -consentiteci di chiudere con una brillante riflessione- restiamo pur sempre mortali: ma se è vero che la morte resta, è vero anche che invece lo stress possiamo ridurlo e persino combatterlo e, perché no, magari batterlo.

 

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