Il giorno di Ferragosto gli investitori internazionali, chi sotto lombrellone, chi al proprio posto di lavoro, hanno tirato un sospiro di sollievo. I manager delle imprese quotate americane hanno giurato solennemente sulla attendibilità dei conti delle proprie imprese e lombra del sospetto sui comportamenti passati sembra dissolta.
Ma questo non consente in alcun modo di affermare che il problema sia superato e che, grazie anche alle nuove regole disposte dal Congresso americano, il sistema sia stato riedificato "più bello e più grande di pria" come avrebbe detto Petrolini-Nerone.
La crisi non è superata
Ci sono alcuni aspetti che gli ottimisti ad oltranza sembrano dimenticare.
(1) Lo scandalo di Enron è stato tutto tranne che un fulmine a ciel sereno. Un recente paper di un noto studioso americano (John Coffee della Columbia University - nota 1 ) ricorda che già tra la fine del 2000 e linizio del 2001 si erano segnalati numerosi episodi inquietanti che avevano aperto voragini nella credibilità dei conti aziendali. (2) Gli scandali non sono solo figli della bolla speculativa, tanto che hanno colpito un numero di imprese della old economy almeno uguale a quelle della new economy.(3) Il problema della adeguatezza dei criteri contabili e dellefficacia delle società di revisione, soprattutto nel sistema statunitense, era noto da tempo, grazie anche ai moniti della Sec (soprattutto sotto la presidenza di Arthur Levitt).
(4) Gli scandali americani hanno fatto dimenticare che il Giappone, il secondo paese industrializzato, è afflitto da dieci anni da una sindrome depressiva, che ha alla base i dubbi che circondano i conti delle principali imprese e delle banche in particolare.
Un problema di fondo del capitalismo globale
Tutti questi elementi puntano in ununica direzione: il problema emerso è un problema di fondo del capitalismo globale. Sono cioè emerse crepe profonde nellintero sistema di bilanciamento dei poteri che è alla base delle regole economiche.
In particolare, la grande espansione di borsa degli ultimi due decenni dello scorso secolo non è riuscita a risolvere una questione di fondo: quella di allineare gli interessi dei controllori pro-tempore, in particolare i manager, con quelli della generalità degli azionisti Lavidità del guadagno a qualunque costo ha fatto premio sulla legittima ricerca del guadagno personale che porta al benessere collettivo nel senso indicato da Adam Smith.
Questa volta ci si illudeva che la situazione fosse diversa, perché lesperienza aveva via via costruito un sistema di regole ritenuto particolarmente efficace per la tutela degli interessi degli azionisti di minoranza. In particolare, il sistema americano era considerato il migliore in assoluto. Ma, come ricorda Nairn, in un recente bel libro sulle bolle che hanno contrassegnato le varie fasi di innovazione tecnologica (nota 2) le parole che costano di più agli investitori sono proprio "questa volta è diverso".
I compensi dei grandi manager
Non cè categoria esente da colpe in tutto quello che è avvenuto, , ma una riflessione particolare va spesa per i manager delle grandi imprese. Una recente inchiesta di Financial Times dal titolo significativo barons of bankruptcy dimostra che i leader delle società fallite hanno intascato compensi milionari (in dollari) ai danni degli azionisti, spesso vendendo le proprie azioni mentre truccavano i conti aziendali per gonfiare ricavi e profitti. Linchiesta mette in evidenza che nei 25 principali casi di bancarotta (che in termini di totale attivo coinvolto vanno dai 103 miliardi di dollari di Worldcom ai 2,8 di Warnaco), 208 tra manager e amministratori hanno intascato 3,3 miliardi di dollari, nel periodo compreso fra il 1999 e il 2001, quasi tutti sotto forma di vendita di azioni della società, ottenuta per effetto dei piani di stock option. La distribuzione è ovviamente fortemente asimmetrica: i primi 52 manager hanno ottenuto 2,95 miliardi, cioè 56 milioni di dollari a testa.
Se i manager perseguono i propri interessi ai danni degli azionisti, è lecito anche dubitare della superiorità del modello proprietario della public company rispetto a quelli accentrati tipici dellEuropa e soprattutto dellItalia.
Tutto questo porta ad ununica conclusione: siamo di fronte ad un problema di fondo, non alla semplice "manutenzione ordinaria" delle regole. Non sorprendentemente, è invece proprio questultimo il terreno su cui hanno lavorato i principali governi e quello americano in particolare.
Le misure americane appena varate, appaiono sotto certi aspetti condivisibili (ad esempio il giro di vite sul controllo delle società di revisione), ma sotto altri sembrano più che altro colpi ad effetto (il raddoppio delle pene, che consente di dire "li metteremo in galera" con la stessa sicurezza con cui un anno fa si diceva "cattureremo Bin Laden, dovunque egli sia"). Altre misure generano più problemi e inquietudini di quante ne rimuovano.
Le nuove aristocrazie
Il punto è che, lamministrazione americana appare la meno adatta ad affrontare il nodo cruciale, cioè quello delleccesso di potere delle nuove aristocrazie che, per ottenere delle rendite parassitarie, distruggono ricchezza e bloccano lo sviluppo.
Lamministrazione Bush ha fatto della vicinanza alla "corporate America" uno dei punti vincenti della sua campagna elettorale e non a caso è quella con il più alto numero di manager della storia americana, come ha messo in evidenza un recente articolo del non sospetto "The Economist" (nota 3).
Unoccasione per lEuropa
Sarebbe questa unoccasione ideale per lEuropa, che potrebbe proporre in sede internazionale un rafforzamento più sostanziale delle regole. Sotto molti profili, da quello dei princìpi contabili, al controllo delle società di revisione, alle regole di funzionamento degli organi sociali, il sistema europeo appare più equilibrato. Il sistema duale degli organi sociali consente una maggiore contrapposizione di interessi. I codici di autodisciplina prevedono la separazione delle funzioni di presidente e amministratore delegato che gli americani continuano a rifiutare. E lelenco potrebbe continuare.
Ma, come si è puntualmente verificato nei problemi di politica estera, lEuropa non appare ancora in grado di assumere liniziativa e nemmeno una funzione autonoma di stimolo e proposta..
(NOTA 1) Coffee, John C. Jr., The acquiescent gatekeeper: reputational intermediaries, auditor independence, the governance of accounting, Columbia Law School, working paper n. 191, may 2001.
Scaricabile dal sito www.ssrn.com
(NOTA 2) Alasdair Nairn, Engines that Move Markets, Technology Investing from Railroad to the Internet and Beyond, New York, Wiley, 2002.
(NOTA 3) The unlikeliest scourge, in "The Economist", July 11, 2002.

