Il Patto e la crescita
di Innocenzo Cipolletta
tratto da www.lavoce.info 2-12-2003
La fine del Patto di stabilità non comporterà una maggiore crescita dellEuropa.
Negli ultimi anni infatti è avvenuta comunque unespansione della spesa pubblica che
non ha determinato alcuna accelerazione. Perché in Italia come altrove, la debolezza
delleconomia dipende dalleccesso di specializzazione alle esportazioni in
settori maturi. In attesa dello sviluppo di una nuova domanda mondiale, i paesi europei
dovrebbero perciò puntare sul mercato interno. È quindi urgente liberalizzare molte
attività di servizio e costruire adeguate infrastrutture.
Era ormai risaputo che il Patto di stabilità e di sviluppo fra i paesi delleuro
fosse destinato a cadere. Dispiace vedere quali sono state le modalità con cui
esso è stato fatto esplodere, così come incerti restano gli esiti sulla futura capacità
operativa dell Unione europea, dopo questa manovra quasi eversiva. Tuttavia sono
pochi quelli che ritengono sia utile ripristinarlo così come era. Tanto più che nella
sostanza è stato rispettato da ben pochi paesi, mentre la maggioranza ha fatto ricorso a
stratagemmi e sotterfugi per rispettarlo formalmente e disattenderlo sostanzialmente.
Un rispetto solo formale
La sua definitiva uscita di scena rischia di disilludere quanti hanno creduto, in buona
o in cattiva fede, che il Patto fosse il principale responsabile della scarsa crescita
europea. Non accadrà naturalmente per coloro che scambieranno la prossima ripresa
economica trainata dagli Usa, come il risultato dellabbandono delle regole del Patto
di stabilità nellarea delleuro. Ma la crescita dellEuropa non potrà
essere accelerata da una maggiore spesa pubblica, perché essa non ha reagito fin
qui al pur importante aumento dei disavanzi pubblici.
Tra il 2001 e il 2003, Francia e Germania hanno accresciuto il loro disavanzo pubblico
fino a superare il 4 per cento del Pil nel 2003, senza che ciò significasse una ripresa
delle loro economie. LItalia ha portato il disavanzo pubblico dal 2,6 per cento del
Pil nel 2001 al 3,9 per cento nel 2002, fino al 4 per cento nel 2003, se si escludono le
misure di carattere straordinario adottate, per un ammontare pari a quasi 40 miliardi di
euro nei due anni (e vanno aggiunti oltre 13 miliardi di euro di misure straordinarie
prospettate per il 2004).
Questi provvedimenti straordinari sono serviti allItalia per rispettare
formalmente gli impegni del Patto di stabilità. Infatti, il disavanzo pubblico italiano
è stato sempre inferiore al 3 per cento del Pil sia nel 2002 (2,3 per cento), sia nel
2003 (2,5 per cento), sia nelle previsioni per il 2004 (2,2 per cento).
Tuttavia, le misure straordinarie non hanno inciso sulla capacità di spesa interna né
sul prelievo permanente, poiché si è trattato di cessioni patrimoniali, di
cartolarizzazioni, di condoni vari, che hanno pescato più sul risparmio che sulla domanda
di consumo delle famiglie o su quella di investimento delle imprese. In definitiva, il
bilancio pubblico italiano ha giocato tra il 2001 e il 2003 una funzione espansiva, come
giustamente reclamavano i nemici del Patto di stabilità, ma la crescita economica è
stata pressoché nulla (0,3 per cento lanno). Certo, nessuno può escludere che con
incrementi del disavanzo pubblico ancora più massicci, non si sarebbe realizzata anche in
Italia una maggiore crescita del Pil. In altre esperienze cicliche, però, era bastato
molto meno per far crescere il nostro paese.
Perché lItalia non cresce
Perché lItalia non cresce? La debolezza della nostra economia deriva da un eccesso
di specializzazione alle esportazioni in settori maturi e da una dinamica lenta
della domanda. In queste condizioni, la ripresa italiana ha poco a che fare con la spesa
pubblica, la cui crescita rischia di attivare piuttosto importazioni o di generare
inflazione per le strozzature dellofferta interna. Questa condizione di eccesso di
dipendenza dalle esportazioni appare essere comune anche al Giappone e agli altri paesi
dellEuropa continentale, che in questo momento stanno conoscendo una stagnazione
produttiva.
Infatti, le aziende di questi paesi, per difendere le loro quote di mercato, sono
costrette a delocalizzare molte produzioni e a inglobare nei propri prodotti molte parti
costruite in paesi dai costi più competitivi: ciò che riduce leffetto della
crescita della domanda mondiale sulla produzione nazionale.
Queste tendenze sono irreversibili e sarebbe dannoso contrastarle con dazi e con
limiti alle quote di importazione, perché si finirebbe solo per creare rendite e per
abbassare la qualità e la competitività delle nostre produzioni. Testimoniano la
crescita di molti mercati dei paesi in via di sviluppo che domani assorbiranno una
maggiore quantità di beni e servizi.
Ai paesi europei, che devono sopravvivere finché si svilupperà questa nuova domanda
mondiale, non resta che puntare un po di più sulla domanda interna,
favorendo la riduzione delle barriere tra Stati e costruendo realmente il mercato interno.
Poiché la domanda interna è soprattutto domanda di servizi moderni (che a loro volta
utilizzano beni manufatti ad alta tecnologia), appare urgente la liberalizzazione
di molte attività di servizio (trasporti, professioni, istruzione, ricerca, cura delle
persone, ecc.) e la costruzione delle infrastrutture relative (ferrovie, strade,
porti, aeroporti, centri di ricerca, metropolitane, e così via).
Se il superamento del Patto di stabilità servirà a liberare alcune risorse per queste
infrastrutture e servizi, allora potrà contribuire alla crescita delleconomia. Se
invece verrà utilizzato per un rigonfiamento della spesa pubblica o per una riduzione
dellimposizione senza altra qualificazione, temo che saremo molto delusi e
rimpiangeremo il vecchio Patto di stabilità.
www.circofin.it
è una pubblicazione aperiodica del Circolo Finanziario Economico, diretta da Antonio
Mansueto.
Lo scopo di queste pubblicazioni è solo quello di
fornire informazioni . Il contenuto di queste pagine è stato ottenuto da fonti che
CIRCOFIN ritiene attendibili. Non si garantiscono comunque la correttezza e la precisione
delle stesse. Inoltre queste informazioni possono essere incomplete, riportate solo
parzialmente e soggette a cambiamento senza preavviso da parte di chi scrive. CIRCOFIN
fornisce informazioni che si ritengono meritevoli di considerazione . In ogni modo si
declinano eventuali responsabilità relative a qualsiasi decisione di attuare o meno le
strategie e o gli eventuali investimenti qui considerati, esaminati o proposti. Le
opinioni espresse in questa pubblicazione sono comunque soggettive e come tali non sono
imputabili alla filosofia di pensiero dell'Associazione stessa, in ogni caso non intendono
in alcun modo suggerire o consigliare investimenti od operazioni sul mercato.
Per ulteriore chiarimento CIRCOFIN dichiara che il materiale presente sul sito si intende destinato esclusivamente ad operatori qualificati quali definiti dallart.31 comma 2 del Regolamento di cui alla Deliberazione Consob 1 luglio 1998 n. 11522, come modificata.