Le tre maggiori economie del mondo, Giappone,
Germania e Stati Uniti, sono contemporaneamente in recessione. Non accadeva dagli anni
'30. Così, la crisi in corso si conferma la più insidiosa dal dopoguerra, mostrando
l'altra faccia della globalizzazione. Nelle crisi precedenti, l'andamento divergente delle
principali economie attenuava l'impatto mondiale della recessione, consentendo alle
nazioni più deboli strategie di rilancio basate sulle esportazioni. Oggi, a causa della
globalizzazione, gli impulsi economici si trasmettono velocemente tra le varie economie,
che si muovono in sincronia, nel boom come nella crisi, ed amplificano così gli effetti
del ciclo economico.
La pericolosità della crisi è stata percepita in ritardo. Il ciclo espansivo più lungo
di tutti i tempi aveva fatto diffondere nell'economia trainante, gli Stati Uniti, e di
conseguenza nel mondo, una visione miracolistica, che celebrava l'avvento di una nuova era
di crescita continua, e la fine del concetto stesso di ciclo economico, grazie alla
rivoluzione della cosiddetta nuova economia: su tali basi, la recessione non poteva essere
prevista.
Le tappe sono state quelle tipiche delle crisi di sovrapproduzione così frequenti fino
alla prima metà del secolo. Un'ondata di innovazioni tecnologiche ha consentito la
riorganizzazione radicale della struttura economica, con l'accelerazione della
produttività, specialmente negli Stati Uniti. La diffusione su scala planetaria del pc e
di internet hanno dato l'illusione dell'avvento di una nuova era.
Contrariamente alla visione dominante, il libero mercato non ha mostrato alcuna capacità
di autoregolarsi. Si è invece generata, per un effetto imitativo, legato alla paura di
restare fuori dal gioco, una corsa agli senza precedenti agli investimenti in nuova
tecnologia, nella quale le nuove iniziative costituivano la clientela degli attori
precedenti, in una sorta di catena di Sant'Antonio dell'hi-tech. Centrale, nel circolo
vizioso, il ruolo di una borsa che ha continuato a drenare capitali anche quando la sua
valutazione aveva ampiamente superato ogni criterio ragionevole.
Il gioco, benché ossessivamente sorretto dalla grancassa dei media, e particolarmente
congeniale agli interessi degli intermediari finanziari, non poteva durare in eterno. La
crisi faceva capolino agli inizi del 2000, quando i dati dei profitti aziendali
cominciavano a fare temere che le previsioni fossero state troppo ottimistiche.
L'insufficienza dei profitti provocava dapprima il rallentamento, poi il drastico calo
degli investimenti, che avevano sorretto il boom. Nel 2001 la crisi si trasmetteva al
mercato del lavoro, con la perdita nei primi 10 mesi dell'anno di 1,4 milioni di posti di
lavoro. Nel terzo trimestre l'economia statunitense subiva l'onta di un arretramento, sia
pure limitato. La crisi tende ad avvitarsi su se stessa: in assenza di interventi, le cose
potrebbero peggiorare, e molto, prima di migliorare
* * *
Nell'accezione corrente si considera recessione l'arretramento del Pil per due trimestri
consecutivi. Si tratta di una regola empirica convenzionale, ma non del tutto
soddisfacente: quando si determina un calo del pil per 6 mesi, l'economia è già in
difficoltà da tempo. Più utile considerare che, per mantenere la piena occupazione ed
evitare che l'economia si avviti in una crisi, occorre che la crescita reale sia paria
quella potenziale. Una crescita inferiore a quella potenziale genera infatti risorse
inattive, calo della domanda, ulteriore riduzione del pil, e così via, rendendo
necessario l'intervento correttivo della politica economica. Considerando questa diversa
impostazione, la situazione doveva suscitare preoccupazione negli Stati Uniti almeno dal
terzo trimestre del 2000, quando la crescita del pil si era attestata al +2,2% contro una
crescita potenziale stimata al 4,5%.
La fiducia nella capacità di reazione dell'economia ha però determinato un ritardo nel
comprendere la serietà della situazione. Il ruolo di stabilizzatore è stato demandato
alla sola politica monetaria, necessaria ma non sufficiente, e solo recentemente, dopo
l'11 settembre, si è deciso di fare ricorso, massicciamente, alla leva fiscale.
D'altra parte, dei grandi attori dell'economia mondiale, solo gli Stati Uniti stanno
agendo incisivamente. L'Europa, bloccata dalle regole del patto di stabilità, si trova di
fatto priva della possibilità di attuare politiche di 'deficit spending'. In assenza di
intervento, c'è il pericolo che la crisi si aggravi, determinando, con il rallentamento
dell'economia, proprio il peggioramento di quei conti pubblici che si vorrebbero tutelare.
Quanto alla politica monetaria, basti qui sottolineare che il vero pericolo, in una
recessione da sovrapproduzione, non è l'inflazione ma la deflazione.
La recessione è in corso, ed è mondiale, un evento cui non si era preparati. Individuata
la malattia, che si sarebbe potuta prevenire, occorre ora intervenire per impedire che si
incancrenisca. In quest'opera gli Stati Uniti non possono essere lasciati da soli.
|