I semiconduttori

di Albertomauro Sarno

Il comparto dei semiconduttori funziona come cartina di tornasole dell’andamento dell’alta tecnologia. Un po’ come le macchine per la lavorazione del cotone nell’Inghilterra della prima rivoluzione industriale, o, in altri periodi, le acciaierie o l’edilizia, il settore è oggi rivelatore dello stato di salute del ciclo economico, non solo tecnologico. Tradizionalmente legato ai personal computer, il comparto ha vissuto negli ultimi anni una considerevole diversificazione della domanda. Lo sviluppo di settori industriali ad alto contenuto tecnologico negli ambiti più disparati, dai computer ai cellulari, all’aerospaziale, ma anche più tradizionali, come i più prosaici elettrodomestici di casa o gli strumenti musicali, è oggigiorno legato al progresso di chip che in dimensioni sempre più ridotte riescono a comprimere informazioni e funzioni sempre più numerose e complesse; l’innovazione nel settore dei semiconduttori, attraverso la continua riduzione dei costi e l’implementazione delle funzioni, è in grado di fornire abbondante carburante per l’accelerazione del ciclo economico. D’altra parte, proprio per il suo utilizzo trasversale, il settore è sensibile all’andamento della domanda globale, ed in grado di riflettere ed eventualmente anticipare i punti di svolta del ciclo economico.

Il settore quindi è tipicamente ciclico, con una durata media approssimativa di quattro anni tra due cicli consecutivi. Attualmente, dopo un anno nel quale si è registrata la più elevata crescita della domanda di semiconduttori di tutti i tempi e vendite per 205 miliardi di dollari, si sta vivendo una fase di recessione, con un calo della domanda che, secondo la SIA (Semiconductors Industry Association) si attesterà al 14% per l’anno in corso.

Gli impianti sono utilizzati a meno della metà della capacità produttiva. Un impianto per la produzione di microchip costa oltre un miliardo di dollari e, per l’alta velocità dell’innovazione tecnologica, deve essere ammortizzato nel giro di pochi anni. I forti investimenti necessari vengono quindi effettuati normalmente nella fase bassa del ciclo, per sfruttare la successiva ripresa ammortizzando gli investimenti nel più breve tempo possibile. E’ evidente che un errore di programmazione può risultare fatale. Se rimanere indietro nella ricerca di velocità, potenza e riduzione dei costi dei chip, significa venire tagliati fuori dal mercato, altrettanto gravi sono i pericoli di un eccesso di investimenti e di capacità produttiva, che può determinare difficoltà nel coprire i pesanti costi necessari per tenersi al passo con il progresso tecnologico. Non a caso tra i punti di forza del modello americano, alla base della riconquistata leadership statunitense sui concorrenti giapponesi nell’ultimo decennio, è stata proprio la possibilità di finanziare gli investimenti con il ricorso al mercato dei capitali, alimentato negli Usa da una borsa particolarmente frizzante. I mezzi finanziari sono venuti invece a scarseggiare, negli anni ’90, per i concorrenti giapponesi, per la crisi della borsa e per la riduzione dei crediti dovuta alla debolezza del settore bancario. Naturalmente il modello basato sull’indebitamento è migliore nelle fasi di alti utili, in cui i tassi di interesse inferiori ai tassi di profitto determinano una maggiore redditività delle imprese più indebitate. Nelle fasi di rallentamento l’indebitamento costituisce però una palla al piede, con gli oneri finanziari che continuano a gravare sul conto economico pur in presenza di profitti calanti.

Nel settore si sta inserendo un concorrente dalle immense potenzialità, la Cina. Il Paese si avvantaggia di una crescente liberalizzazione dei mercati, accompagnata da una politica di sostegno degli investimenti esteri nel settore. A Shanghai è stato realizzato, con l’intervento pubblico, un parco industriale, con il fine di favorire la nascita di un’area tecnologica di eccellenza, una sorta di silicon valley o, meglio, ‘silicon delta’ cinese. Il più grosso impianto di semiconduttori cinese è una joint-venture tra la NEC ed un’azienda statale cinese, ma alcuni tra i più grossi produttori mondiali, già presenti nel Paese, hanno in programma ulteriori ingenti investimenti. Le condizioni sono favorevoli per il rafforzamento dell’afflusso di capitali esteri. La domanda interna è in crescita, con i settori dei PC e della telefonia cellulare appena agli albori. Vi è abbondanza di manodopera anche molto ben preparata, gli ingegneri cinesi non hanno nulla da invidiare a quelli giapponesi e costano meno della metà.

Anche le possibili difficoltà ‘politiche’, con gli ostacoli frapposti da Taiwan e le preoccupazioni legate al trasferimento al gigante Cinese di delicate tecnologie occidentali, sembrano sfumare di fronte all’avanzare del mercato: un impianto del costo di 1,6 miliardi di dollari in costruzione vicino Shangai, è frutto di una partnership tra il figlio del presidente cinese e Winston Wang, figlio del più grosso industriale di Taiwan.