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Sostiene L'Economist

Economia globale vs. UE.

di Antonio Mansueto - 15/11/2001

 

Avevamo recentemente sostenuto dalle pagine di Circofin.it (ad es. in "Chi ha paura della recessione?"-parte II, del 7/11 scorso) che la lentezza della BCE nell'intervenire sui tassi, non era dovuta a scarsa sensibilità verso i mercati economici e finanziari, ma che, invece, era il preciso risultato di valutazioni corrette sulla situazione economica e monetaria dell'Unione Europea, e sull'imminente storico passaggio dalle monete nazionali all'Euro anche per la cartamoneta. L'economia europea, sostenevamo, ha vissuto fasi meno brillanti, ma anche meno speculative, rispetto agli USA, ed ora potrebbe non vivere la ripida caduta dovuta ad un eccesso di investimenti che da noi non v'è stato.

Invece, aggiungevamo, una riduzione molto decisa dei tassi in Europa potrebbe causare squilibri finanziari indesiderati, anche sul già debole andamento dell'Euro.

Dopo la prevedibile riduzione di mezzo punto dei tassi decisa dalla BCE il 9 novembre scorso, e immediatamente conseguente ad analoga decisione della FED, l'Economist ha voluto approfondire l'apparente situazione di massimo affiatamento tra le due sponde dell'Atlantico, conseguente anche agli sviluppi della guerra.

L'Economist sostiene che, a ben vedere, gli interessi economici delle due sponde dell'Atlantico potrebbero ancora mostrare le loro diversità.

In effetti, mentre gli USA sono chiaramente in fase di recessione, e semmai sono in cerca di dati che consentano di interpretarne la profondità e la durata, in Europa, al momento, è chiaro che un rallentamento economico c'è, ma è ancora previsto che per il 2001 e per il 2002 l'economia avrà comunque una moderata crescita; fatto non disprezzabile al confronto della situazione di buona parte delle economie mondiali.

L'Economist, nel numero del 10 novembre (in "Cheaper oil, cheaper money, better news?" a pag.12), riconosce alcuni degli argomenti anche da noi sostenuti: la situazione Europea è diversa da quella Statunitense; l'Europa non ha avuto le accelerazioni e le decelerazioni del ciclo economico USA, né ha subito l'attacco terrorista, dunque, ha una buona occasione di resistere in una situazione tutto sommato abbastanza favorevole e molto migliore del clima medio mondiale. Le riluttanze ad attuare politiche fiscali meno restrittive, d'altra parte, sono legate anche all'esistenza del noto patto di stabilità. Insomma, si dice, gli Europei credono che la prudenza delle politiche economiche e monetarie serva per assicurare "stabilità".

 

Tuttavia, sostiene l'Economist, una tale situazione non sarebbe altrettanto gradita ai partners commerciali esterni dell'Europa, in quanto la debole domanda e la forte indipendenza economica dell'Europa, lascerebbe il resto del mondo privo di un traino che, venuta meno oggi la locomotiva USA, è invece importantissimo.

Sostiene l'Economist, infine, che in un mercato globale, l'immobilismo dell'Europa potrebbe risultare un atto di irresponsabilità.

Noi però abbiamo alcuni dubbi su un'ipotesi di "irresponsabilità" della UE.

 

Innanzitutto, quello che negli scorsi anni veniva chiamato il circolo virtuoso dell'economia USA, delle Borse USA, e del Dollaro USA, veniva riconosciuto dai più anche come un elemento di accumulazione di squilibri economici sia negli USA che per i più deboli paesi che erano legati all'andamento del Dollaro per le esportazioni (vedasi oggi l'Argentina). E' in quella fase che si sono creati i presupposti perché la bolla economica scoppiasse.

La debolezza dell'Euro, d'altra parte, benché favorisse le esportazioni della UE, non era certo voluta. L'inefficacia delle misure della BCE, in quella fase, vanno ascritte ad una generale debolezza politica della UE (che tuttora permane) e al suo riflesso su una moneta che era in una fase transitoria della sua introduzione.

 

Non ricordiamo che a qualcuno sia venuto in mente di chiamare il "circolo virtuoso" Statunitense, ad esempio, "circolo irresponsabile".

Un secondo argomento che ci porta ad essere in disaccordo con l'ipotesi espressa dall'Economist, è che l'indebitamento del settore pubblico europeo è effettivamente un vincolo reale ed importante che impedisce politiche di spesa o di allentamento fiscale molto incisive. In effetti, crediamo che il patto di stabilità europeo potrà essere rivisto, e certi obiettivi potranno essere spostati avanti negli anni: ma non potranno comunque essere cancellate le ragioni che ne hanno determinato l'esistenza.

Solo una politica di stabilità economica -e sociale- che venga riconosciuta dal mondo all'Europa, potrà rafforzare finalmente e in modo duraturo l'Euro e favorire le importazioni: quindi tutelare anche gli interessi dei partner commerciali dell'Europa.

Noi siamo fiduciosi che perseguendo una politica espansiva prudente, che è l'unica che l'Europa può attuare, potranno esserne colti i benefici sopra detti già dal prossimo anno. Pertanto, diversamente da quanto espresso dall'Economist, ipotizziamo che una scelta riuscita di stabilità economica che realizzi per la UE le previsioni di moderata ma stabile crescita, incontrerà infine l'interesse dell'economia mondiale.

E' chiaro che, oltre al nodo "Europa", l'economia mondiale attende altri stimoli fondamentali e durevoli: quello che riguarda il proseguimento della liberalizzazione degli scambi attraverso i lavori del WTO, e quello che è costituito dall'andamento del prezzo del petrolio, che non dovrebbe subire fasi d'elevata volatilità (in rialzo o in ribasso) per non introdurre cambiamenti di scenari che potrebbero spiazzare le misure nel frattempo intraprese dalle autorità economiche mondiali.

E' chiaro, infine, che l'economia mondiale attende correttivi alle eccessive debolezze delle economie di alcuni paesi emergenti che implicano importanti scelte di responsabilità da parte di tutti i paesi più ricchi.

 

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